Ho rubato a una di queste pseudo-signore per punirla. O per punirmi?” Così, per una manciata di gioielli, Goliarda Sapienza, scrittrice raffinata, intellettuale borghese e di sinistra, finisce a Rebibbia. E in questo libro, scritto a caldo e uscito nel 1983, racconta dal di dentro l’umanità (e la disumanità) di un grande carcere femminile. Nella scrittura limpida e scatenata di Goliarda non c’è posto per le macchiette o il facile aneddoto: ogni volto, ogni voce porta su di sé il peso della propria storia. Dopo lo shock iniziale, la prigione appare come il luogo in cui si manifesta, senza le illusioni e le ipocrisie della vita ordinaria, la nuda realtà della convivenza umana: la netta divisione tra le classi sociali, il carisma della bellezza, la spietata durezza dei rapporti di forza, l’importanza della solidarietà. Così, il carcere diventa quell’“università” che insegna all’autrice cose che mai, nel mondo di fuori, avrebbe appreso di sé, dell’universo femminile e della natura umana.
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