La visitatrice, romanzo breve di Maeve Brennan, è stato trovato nelle sue carte quattro anni dopo la sua morte. La scrittrice è nata nel 1917 e si è spenta nel 1993. Il libro è stato pubblicato nel 2000. Quest'opera, sappiamo con certezza, era stata accantonata dalla sua autrice intorno al 1940.
Maeve Brennan era una bellissima donna molto elegante, irlandese di nascita e newyorchese d'adozione. Figlia di un ribelle, un militante irlandese che era in prigione quando lei era nata, Maeve si afferma come giornalista. Scrive per "Harper's Bazar" prima; e dal 1949 per il "New Yorker".
Si interessa di moda e di libri e racconta New York nella rubrica The talk of the town; molte di quelle narrazioni si trovano nel compendio Racconti di New York pubblicato per la prima volta nel 1969; intanto Maeve nutre l'aspirazione a compiere un salto di qualità - vuole diventare una scrittrice, scrivere prosa immortale.
Splendidi sono i racconti che possiamo leggere nella raccolta Il principio dell'amore edita da Rizzoli. Meraviglioso il racconto che dà il titolo al libro. Inferni quotidiani descritti con eleganza; l'indagine sulla società borghese conformista, sui condizionamenti che impongono di sposarsi senza curarsi se il legame in questione sia davvero un'unione di anime.
Nell'età della maturità Maeve cominciò ad avere problemi psichici, diventò intrattabile, viveva come una clochard; morì in una totale solitudine.
Da questi pochi dati biografici che denotano una vita vissuta in modo straordinario, negli alti e bassi di volta in volta goduti e sofferti, prezioso si leva il sipario che ha portato fino a noi, fisicamente - nelle nostre mani - La visitatrice.
Un racconto lungo; o un romanzo breve, scritto con uno stile di una leggerezza incantevole. Come accade al personaggio della moglie di un superbo racconto gotico di Edith Wharton, Dopo, il lettore de La visitatrice si accorge in gran parte tardi, e cioè dopo la chiusa della storia, del pullulare di sentimenti, dettagli, della corposità dei contenuti che la narratrice trascina e gli rovescia nel tascapane perché possa portarlo con sé.
Come accade con tutti i racconti 'perfetti' la storia continua ad agire dentro il lettore anche dopo che il filo di parole che l'ha sostenuta e cantata si è interrotto, portando le sue ragioni, sottoponendo alla sua attenzione dettagli narrativi che aveva trascurato, inducendolo a legare nastri e nastrini fra i diversi livelli dei fatti raccontati. La negazione di una cortesia, la promessa mancata della giovane protagonista, Anastasia, nei confronti di una donna agonizzante si rivela una traccia che condurrà a constatare la sua radicata attitudine a non (saper) portare a termine concretamente quasi nulla, qualunque atto pragmatico che le serva per definire una strada sua propria, la costruzione di un progetto lavorativo o familiare.
Qualsiasi via d'uscita al di fuori della sua interiorità è ostruita, amputata dalla straripante avidità di appartenere profondamente alla famiglia di origine; da un continuo, ossessivo bisogno di essere amata, o almeno 'accettata' da sua nonna.
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